Greenberg, recensione del film di Noah Baumbach

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Dopo Il calamaro e la balena e Il matrimonio di mia sorella, Noah Baumbach torna alla regia con Greenberg, commedia (manco a dirlo) dolceamara che vede protagonista un Ben Stiller che rischia di monopolizzare eccessivamente il film.

Roger Greenberg, 40enne che non ha ancora trovato la sua collocazione nella vita, reduce da un ricovero in ospedale psichiatrico a causa di un serio esaurimento nervoso, lascia New York per trasferirsi qualche settimana nella casa losangelina della famiglia del fratello, partito con moglie e figli per una vacanza in Vietnam. A Los Angeles Roger reincontra un vecchio amico con il quale suonava in una band naufragata per causa sua, e soprattutto inizia una bizzarra non-relazione con Florence, la giovane assistente tuttofare di suo fratello.

Rispetto ai suoi due film precedenti (i sottovalutatissimi e misconosciuti Il calamaro e la balena e Il matrimonio di mia sorella), Noah Baumbach agisce di zoom e concentra il suo campo di osservazione e analisi: da dinamiche singolari e soggettive che componevano un mosaico di relazioni riguardanti il complesso di un nucleo familiare, al racconto di un singolo protagonista alle prese con problematiche tutte personali e al più, di pseudo-derivazione amicale piuttosto che familiare.

Il Greenberg di Noah Baumbach è un uomo che a quarant’anni deve ancora imparare a vivere, con sé stesso prima ancora che con gli altri, vittima di impulsi caratteriali dettati dalle paure e dall’insicurezza, convinto che il “cercare di fare nulla” sia scelta affermativa invece che fuga negazionista. E il Greenberg di Baumbach è scritto e tratteggiato con intelligenza e sensibilità, soprattutto nel rapporto con l’altra figura obliqua e danneggiata del film, Florence, che seppur “appena” 25enne è afflitta da problemi potenzialmente molto simili a quelli di Roger. Ed è infatti dal loro incontro – ed in parte da quello con il vecchio amico di Roger interpretato da Rhys Ifans – che si dipanano i tanti rivoli di una narrazione che scorrono tra le tante crepe dell’anima dei suoi protagonisti.

In questo quadro, marcato comunque da una riproposizione un po’ convenzionale di tanti temi e situazioni tipici di un certo genere di cinema americano indipendente, s’inserisce però la figura del Greenberg di Ben Stiller. Troppo invadente come personalità iconica, e non del tutto capace di smontarsi e lavorare in minore per asservirsi del tutto alle esigenze del copione, Stiller si muove nel film con eccessiva disinvoltura, finendo con il danneggiare anche involontariamente tante sfumature, tante delicatezze, tanti sussurri. Roger Greenberg è un personaggio di Ben Stiller, con tutto ciò che questo comporta. E Greenberg rischia di assomigliare a tratti più ad un film di Ben Stiller che ad uno di Noah Baumbach.

Ed è proprio, paradossalmente, nelle scene citate tra Roger e Florence, che questo elemento diviene maggiormente evidente: per il contrasto tra lo stile della performance della star hollywoodiana contrapposto a quello della giovane e brava Greta Gerwig, vera stella emergente della galassia indie in grado di essere del tutto asservita e funzionale al personaggio e alle sue esigenze.

Greenberg, recensione del film di Noah Baumbachultima modifica: 2011-04-09T19:06:47+02:00da mio.com1
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